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Responsabilità della P.A. per Insidia Stradale – Cass. civ. Sez. III, 22.04.2010, n. 9527

Fatto e svolgimento del processo
Il sig. P.G. G. conveniva dinanzi al G.d.P. di Ischia, la Provincia di Napoli esponendo che, in data 13.03.99, mentre procedeva, in Via (OMISSIS), a velocità moderata, a bordo del proprio ciclomotore, improvvisamente, a causa di profonde buche presenti sul manto stradale, sbandava e rovinava a terra riportando lesioni personali e ingenti danni al ciclomotore. Evidenziava poi che le buche erano coperte da fogliame ed erano pertanto invisibili a suo passaggio. Ciò posto chiedeva venisse accertata la responsabilità ex art. 2043 c.c. della Provincia di Napoli, quale proprietaria della strada.
La convenuta si costituiva in giudizio eccependo il difetto di legittimazione passiva ai sensi del D.lgs. 30.04.1992, n. 285, art. 2, per essere, la strada Via (OMISSIS), di proprietà del Comune di Ischia deducendo altresì, nel merito, di non essere responsabile ex art. 2043 c.c., per difetto dei presupposti dell’insidia e del trabocchetto.
Il giudice adito, con sentenza n. 983/03 depositata in data 24.06.03, accoglieva la domanda, condannando la Provincia di Napoli al risarcimento dei danni in favore dell’attore sig. P.G. G.
La sentenza veniva quindi appellata dalla soccombente Provincia deducendo la violazione della richiamata normativa del nuovo codice della strada – stante la proprietà, in capo al Comune di Ischia, della Via (OMISSIS) in quanto la strada in cui era avvenuto il sinistro era situata all’interno del centro abitato (Ischia) con popolazione superiore ai diecimila abitanti.
Il Tribunale concludeva per l’accoglimento dell’appello con conseguente riforma della sentenza n. 983/03.

Motivazione
Nel caso in parola la Cassazione ha rilevato come il Tribunale abbia considerato determinante ai fini della decisione l’individuazione dell’ente proprietario (a prescindere da ogni considerazione circa possesso, detenzione, materiale disponibilità, ecc.), sulla base di quanto stabilito dal “Nuovo codice della strada”, il quale all’art. 14. rubricato “Poteri e compiti degli enti proprietari delle strade” prevede che gli enti proprietari delle strade, allo scopo di garantire la sicurezza e la fluidità della circolazione, debbono provvedere alla loro manutenzione, gestione e pulizia (anche delle pertinenze e arredo, nonché delle attrezzature, impianti e servizi), al controllo tecnico dell’efficienza ed all’apposizione e manutenzione della segnaletica.
La responsabilità dell’ente proprietario basata sulla mera circostanza di essere proprietario ai sensi di legge può anche concorrere con l’eventuale responsabilità di altri enti (o del medesimo ente proprietario) basata su altre situazioni ritenute rilevanti dalla legge. “In particolare può concorrere con la responsabilità per danno cagionato da cose in custodia ex art. 2051 c.c. nel senso che se ad avere il potere di fatto sulla cosa idoneo a far sorgere la responsabilità per custodia è un ente diverso da quello proprietario, il danneggiato può far valere anche (in concorso con la responsabilità dell’ente proprietario) od esclusivamente detta ultima responsabilità; ma poiché i fatti rilevanti per l’affermazione di detta specifica responsabilità ex art. 2051 c.c. sono diversi da quelli necessari per proclamarla nelle fattispecie come quella in questione (cfr. in tal senso, tra le altre, Cass. Sent. n. 14622 del 23.06.2009) la domanda deve avere ritualmente ad oggetto (anche od esclusivamente) detto tipo di responsabilità fin dal primo grado”. Nella fattispecie in parola il ricorrente-danneggiato non ha mai esposto (specificamente e ritualmente) di basare il proprio assunto difensivo sull’istituto giuridico disciplinato dal richiamato art. 2051 c.c. né, tanto meno, di aver posto a base della propria domanda, fin dal primo grado le circostanze previste in tema di responsabilità da cose in custodia.
Per tali ragioni la S.C. ha ritenuto giuridicamente errata le doglianze del danneggiato se volta ad inficiare in diritto quanto esposto nell’impugnata decisione e sarebbe addirittura inammissibile se volta a far valere (per la prima volta in sede di giudizio Cassazione) una responsabilità per custodia.

Responsabilità della P.A. per insidia stradale
La pronuncia appena esaminata serve per introdurre e brevemente trattare il tema della responsabilità della P.A. in merito alle fattispecie – sempre più frequenti (es. 4.350 sinistri nel 2009, di cui circa 3 mila per buche nella sola città di Roma, dati da Il Sole 24 ore, 05.10.2010) – di insidia stradale.
In ordine al titolo della responsabilità ex. art 2051 c.c. bisogna, prima di soffermare le attenzioni sulla fattispecie di c.d. “insidia stradale” (danni prodotti per difetto di manutenzione delle strade), rilevare come negli anni si siano formati attorno alla responsabilità del custode due orientamenti applicativi.
Un primo indirizzo è quello “soggettivo” il quale ravvisa nella fattispecie in rassegna un’ipotesi di responsabilità per “colpa presunta” ovvero “aggravata” nella misura in cui la responsabilità è contraddistinta dall’esistenza di un presunzione di colpa iuris tantum del custode.
Secondo tale orientamento la responsabilità in parola si concretizza nel fatto del custode (il più delle volte un’omissione) che è venuto meno al dovere di controllare e vigilare la cosa affinché questa non recasse danno ai consociati.
Altro indirizzo sostiene che la norma de quo contempli un’ipotesi di responsabilità oggettiva e che quindi prescinda dalla colpa del custode, comunque anch’essa superabile con la prova del caso fortuito.
Ciò che rileva per la prima teoria è “il fatto dell’uomo”, ciò che invece importa per la seconda è il “rapporto di custodia” con la cosa.
Entrambe le posizioni tracciate, fedelmente rispetto al tenore letterale dell’art. 2051 c.c., allocano sul custode il fardello della prova liberatoria della sua responsabilità, ovverosiala prova del caso fortuito che, la teoria “soggettiva” individua nella mancanza di colpa del custode quando questi abbia adottato un comportamento diligente, mentre quella “oggettiva” nell’evento atto ad interrompere il nesso di causalità tra condotta e danno.

In relazione alle fattispecie di “insidia stradale”, il ruolo del custode responsabile per i danni arrecati ai consociati dalla omessa manutenzione delle strade lo riveste senz’altro la P.A. che pur essendo e agendo in veste pubblica con l’auctoritas che ne deriva, non di meno agisce nel contesto sociale iure privatorum, essendo per espressa previsione legislativa l’esclusiva titolare di determinati beni che sono affidati alla sua custodia: tra questi vi sono proprio le strade.
Pertanto la previsione di cui all’art. 2051 c.c. si pone in rapporto di specialità rispetto alla clausola generale del neminem laedere (art. 2043 c.c.), pur potendo quest’ultima, secondo orientamenti oramai minoritari, concorrere con l’art. 2051 c.c. e trovare applicazione anche in via sussidiaria.
La vexata quaestio ha finito infatti per tradursi in due orientamenti.
Da una parte vi sono quanti sostengono che per i beni custoditi dalla P.A., tra cui le strade, non è configurabile il rapporto tra la cosa ed il custode in quanto l’estensione del bene, la sua dimensione e la sua elevata fruizione da parte dei terzi, non consentono al custode la c.d. signoria sulla cosa e quindi un suo potere di fatto sulla stessa tale per cui il custode sia effettivamente in grado di far si che la cosa non produca danni ai terzi. Per cui, secondo tale indirizzo la P.A. risponde quindi del danno cagionato dalla cosa solo ai sensi dell’art. 2043 c.c. e cioè per un fatto ingiusto arrecato con l’elemento soggettivo del dolo o della colpa e perché sussista responsabilità per “insidia stradale” la vittima deve provare dell’esistenza l’elemento obiettivo della non visibilità dell’insidia e quello subiettivo della non prevedibilità dell’evento. Pertanto l’art. 2051 c.c. non è applicabile al demanio stradale.
Sul volgere del secolo scorso, re melius perpensa, grazie alla spinta della miglior dottrina, ha cominciato a farsi largo un secondo orientamento, divenuto oggi assolutamente maggioritario e che si connota per il fatto di costruire la responsabilità in esame in termini di responsabilità oggettiva del custode.
Alla vittima, secondo il surriferito orientamento, incomberà di provare l’esistenza del nesso causale tra la cosa in custodia e l’evento dannoso nonché il rapporto di custodia. Il custode potrà liberarsi solo eccependo il caso fortuito da intendersi quale elemento estraneo rispetto alla sua sfera oggettiva e, solo in quanto tale, in grado di interrompere il nesso eziologico (impostazione che nella vicenda supra commentata non era stata improntata dalla difesa attorea né in primo grado, né in secondo).
Come detto, lo stato dell’arte, attualmente, vede prevalere l’orientamento che propende per la responsabilità oggettiva del custode con l’unico temperamento costituito dal fatto che l’applicabilità dell’art. 2051 c.c. alla P.A. discende dalla possibilità per il pubblico custode di compiere un effettivo esercizio di controllo e vigilanza sulla strada.
L’arresto giurisprudenziale è stato ulteriormente ribadito proprio in relazione ai danni causati dal difetto di manutenzione delle strade. In particolare, la S.C., con la sentenza n. 5308 del 8 marzo 2008, ha proprio affermato come “la responsabilità per danni da cose in custodia, prevista dall’art. 2051 c.c., non si applica agli enti pubblici per i danni subiti dagli utenti di beni demaniali (nella fattispecie: del demanio stradale), ogni qual volta sul bene demaniale, per le sue caratteristiche, non sia possibile esercitare la custodia, intesa quale potere di fatto sullo stesso. L’estensione del bene demaniale e l’utilizzazione generale e diretta dello stesso da parte di terzi, sono solo figure sintomatiche dell’impossibilità di custodia da parte della p.a., mentre elemento sintomatico della possibilità di custodia del bene del demanio stradale comunale è che la strada, dal cui difetto di manutenzione è stato causato il danno, si trovi nel perimetro urbano delimitato dallo stesso Comune, pur dovendo dette circostanze, proprio perché solo sintomatiche, essere sottoposte al vaglio in concreto da parte del giudice di merito”.
Ad ogni buon conto la più recente giurisprudenza è andata ancora oltre. Si è infatti sancito che “la responsabilità da cosa in custodia presuppone che il soggetto al quale la si imputa sia in grado di esplicare riguardo alla cosa stessa un potere di sorveglianza, di modificarne lo stato e di escludere che altri vi apporti modifiche. S’è precisato in tal senso: a) che per le strade aperte al traffico l’ente proprietario si trova in questa situazione una volta accertato che il fatto dannoso si è verificato a causa di una anomalia della strada stessa (e l’onere probatorio di tale dimostrazione grava, palesemente, sul danneggiato); b) che è comunque configurabile la responsabilità dell’ente pubblico custode, salvo che quest’ultimo non dimostri di non avere potuto far nulla per evitare il danno; c) che l’ente proprietario non può far nulla quando la situazione che provoca il danno si determina non come conseguenza di un precedente difetto di diligenza nella sorveglianza della strada ma in maniera improvvisa, atteso che solo quest’ultima (al pari della eventuale colpa esclusiva dello stesso danneggiato in ordine al verificarsi del fatto) integra il caso fortuito previsto dall’art. 2051 c.c., quale scriminante della responsabilità del custode” (Cass. civ. Sez. III, 20 novembre 2009, n. 24529).
Pertanto, in sintesi, agli enti pubblici proprietari di strade aperte al pubblico transito è in linea generale è applicabile l’art. 2051 c.c., in riferimento alle situazioni di pericolo immanentemente connesse alla struttura o alle pertinenze della strada, indipendentemente dalla sua estensione (Cass. 29 marzo 2007, n. 7763; Cass. 2 febbraio 2007, n. 2308; Cass., 3.4.2009, n. 8157).
La responsabilità della P.A. per i danni cagionati da omessa manutenzione delle strade è quindi oggi, con i surriferiti distinguo, una responsabilità oggettiva fondata non sulla colpa del custode ma sul rapporto che questi ha con la cosa, dacché il danno non sarà riconducibile ad un comportamento umano del custode, ma al legame che quest’ultimo ha con la cosa. Il custode per andare esente da responsabilità deve fornire la prova del caso fortuito, a nulla rilevando l’eventuale allegazione dell’aver adottato cautele o del non aver potuto impedire l’evento di danno. Solo laddove il caso fortuito (elemento esterno imprevedibile ed eccezionale che non attiene alla cosa in custodia), la forza maggiore (fatto del terzo autonomo,imprevedibile, inevitabile) e la colpa (esclusiva del danneggiato) siano state l’unico fattore causale produttivo dell’evento, allora il custode sarà irresponsabile per il danno prodottosi.

1 Commento

  1. valentina says:

    Grazie per aver pubblicato la sentenza, mi è stata molto utile.

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